23 GIUGNO / 28 OTTOBRE 2012

A cura di Gianluca Marziani
.

Gligorov? Macedone, italiano, milanese, in movimento, giovane, adulto, maturo, bello, mutante, sosia, narcisista, intuitivo, disordinato, riordinatore, multiforme, tuffatore, tennista, marito, padre, uomo vestito in nero, svestito, pelle, pelle sopra altra pelle, faccia, corpo, ferite, eccessi, viaggiatore, guidatore... nel passato direzioni musicali, direzioni grafiche, direzioni pubblicitarie... quindi fermata arti visive… altre direzioni, altri passaggi... ancora arti visive... combinazioni di questo ed altro, molto altro, altro ancora... uomo e arte, arte e uomo, arte e vita, vita e arte... ancora, ancora...

Gligorov? Ostinazione, intelligenza, intuito, velocità, ritmo, comunicazione...

Gligorov? Pittura, scultura, fotografia, disegno, video, installazione...tutto...

Gligorov? Uno che folgorò il pubblico quando propose le sue radiografie: un pompino con vibratore e un suicidio con pistola sulle gengive, entrambe sotto la radiografia del gesto totale. I due apici del vivere, sesso e morte, in un dittico che stupì e ancora stupisce: sempre di più come le due dita michelangiolesche, anche loro sotto radiografia in nero e verde alieno. Oltre il tempo classico, oltre lo spazio storico, in avanti e indietro, tra chi permane e chi scompare... restando in costante sospensione…

Gligorov? Ieri l’apice manovrante di gesti estremi, azioni violente, momenti esasperati, attimi da non ripetere una volta in più. Ogni sua opera nasceva e nasce dal fermoimmagine sul punto limite dell’azione. Sperimentare il corpo, sperimentare col corpo, sul corpo, attraverso il corpo: sempre per raggiungere l’anima di alcune cose che ridefiniscono il corpo stesso con la sua anima. Gligorov ha messo pesci vivi nella propria bocca, vermi in movimento sul proprio fisico, pelle di pesce o di pollo sopra la propria pelle, un uccello vivo in bocca... E poi si è infilato luci negli orifizi facciali, ha disegnato grafie primitive su tutta l’epidermide, ha cucito e tagliato la propria pelle... Altre volte è uscito da se stesso per proiettare negli altri alcune vibrazioni di un io mediaticamente inquieto. Ha dipinto le pelli altrui di un bianco che si amalgamava al fondale, ha mescolato adolescenza e maturità femminile, disintegrato il ritrattismo con bubboni e rigonfiamenti, usato zampe di pennuti in intrecci geometrici... fino a rendere il corpo una compressione sferica, un pallone scultoreo che chiude la verticalità nel limite rimbalzante di un oggetto anomalo. Assurdo. Normale. Normalissimo, forse. Assurdo, probabilmente. Cosmico, perché no?

Il corpo diventa registratore attendibile degli istinti. La pelle diventa pura superficie pittorica che cattura e metabolizza i gesti alti. Ogni azione sintetizza una catarsi. Tragedia della bellezza nelle sue forme contemporanee. Tragedia senza tragedia. Concetto aperto di bello in una società che cambia le regole percettive. Ancora Gligorov che si allarga su forme respinte, difficili, intestinali, arteriose, cavernicole, molecolari…

Gligorov eccede di agonismo e vita ma trova il punto limite da bloccare. Usa la corporeità totale per poi darsi interamente all’opera da stampare o riprodurre in video. Coglie l’attimo tra tanti attimi. Disegna il pensiero mobile e immobilizza con la fotografia il perfezionamento estetico. Vive in superficie eppure mostra il cuore mentre batte sulla mano sporca ma verissima.

Manipolazioni digitali minime, ritocchi che non mostrano la propria presenza. Le fotografie di Gligorov subiscono processi di necessario aggiustamento affinché il senso iconografico sia totale. Il software e i migliori mezzi di stampa ne assicurano la presenza nel flusso storico. Ma non sono le tecnologie a determinare il valore. E’ il disegno a definire l’entità qualitativa di Gligorov. La fotografia e gli altri linguaggi ne chiariscono gli intenti. La forma finale chiude un percorso fatto di necessità ambiziose. Di ambizioni mature. Di una bellezza che fa ragionare il potere elettronico.

Gligorov guarda Gligorov, davanti ai monitor acquatici dei narcisi contemporanei. Forma mobile del narcisismo marcato, l’artista crea lo spessore vivo del se stesso moltiplicabile. Ingloba citazioni, riferimenti, passato e storia, memorie oltre la pura cultura. Poi metabolizza le informazioni e crea Gligorov. Chi copia si limita a copiare e non funziona. Al contrario, assorbire significa rifare: in modo totalmente nuovo, diverso, unico.

Rivivere lo sforzo del gesto totale, l’agonismo dell’atleta ad arte, la passione per l’immagine senza consolazione, il talento dentro icone caldissime. Sentire il narcisista privo di corruzioni, lo sperimentatore raziocinante, l’eccessivo fatto di passione bruciante. Introdursi nel mondo duro, coraggioso, emolliente, cinetico dell’artista che agisce e poi blocca, che eccede e sintetizza, che si frammenta per ricomporre i propri tentacoli in un gomitolo rotolante. Una massa in discesa sopra storia e media, sopra istinti diversi, sopra narcisismi possibili. Sopra tutti i suoi lavori. Sopra di noi. Sugli specchi al plasma su cui le matite disegnano il futuro.